Bang the Start[up]

Bang the Start[up]

Indice

  • Introduzione
  • C’è differenza tra Startup e tipica attività di impresa
  • Alla ricerca del capitale perduto. L’impatto economico delle operazioni di private equity e venture investing in Italia
  • Qualche chiarimento e un pò di iniziative per un Italia più competitiva
  • L’imprenditore digitale, un eroe dai mille volti che si scaglia contro i monopoli
  • Sources

Introduzione

Tante start-up, forse troppe, ma pochissime scale-up. Il tasso di crescita delle attività imprenditoriali digitali e non, sta diminuendo. Ciò non è dovuto solamente alla mancanza di fondi ed investimenti (specie in Europa e in particolare in Italia), ma è dovuto anche ai BIG della tecnologia che mettono un grande bastone tra le ruote del carro dell’innovazione.

Startup e Incertezza

Gli imprenditori sono dappertutto. Non c’è bisogno di lavorare in un garage per far parte di una startup. Il concetto di imprenditoria comprende chiunque svolga un lavoro che si identifica in un’istituzione umana studiata per creare nuovi prodotti e servizi in condizioni di estrema incertezza. Spesso, come dice Eric Ries, perdiamo di vista il fatto che una startup non ruota unicamente attorno a un prodotto, a una svolta tecnologica e neppure a un’idea brillante. Una startup è maggiore della somma delle sue parti: è un’impresa intensamente umana.

C’è differenza tra startup e tipica attività di impresa.

E’ di massima importanza tenere in considerazione il contesto in cui l’innovazione ha luogo. La maggioranza delle imprese – grandi e piccole – è esclusa da tale contesto. Una startup viene concepita appositamente per far fronte a situazioni di estrema incertezza. Avviare una nuova impresa che è un clone assoluto di un’impresa esistente, compresi il modello di business, il prodotto, il target e il pricing, può essere un investimento economico allettante, ma essa non rappresenterà una startup perché il suo successo dipende solo dall’esecuzione, tanto che questo successo può essere architettato con un alto grado di accuratezza.

Ecco perché così tante piccole imprese possono essere finanziate attraverso un semplice credito bancario: il livello di rischio e di incertezza è sufficientemente chiaro perché un responsabile prestiti possa valutarne le prospettive. La maggior parte delle tecniche di general management non è studiata per dare frutti nel terreno inospitale dell’estrema incertezza in cui una startup prospera. Il futuro è imprevedibile, i clienti hanno a disposizione una gamma crescente di alternative e il cambiamento accelera costantemente.

Ma una cosa è certa: un imprenditore, che sia uno startupper (fortemente incline al rischio) o un intraprenditore (colui che preferisce operare all’interno di una struttura di mercato consolidata) compie un gesto eroico verso la collettività. Si potrebbe definirlo un eroe dell’economia moderna. L’eroismo, con tutto il rispetto che suscita, è una forma di compensazione da parte della società verso chi si assume rischi per gli altri. E fare l’imprenditore è un’attività rischiosa ed eroica, necessaria per la crescita e persino per la semplice sopravvivenza dell’economia.

L’evoluzione di un’attività rischiosa è determinata dall’errore.

Non tanto dall’errore proprio, tanto dallo studio degli errori altrui, questo perché l’antifragilità imprenditoriale di alcuni nasce necessariamente dalla fragilità di altri. L’antifragilità ama l’errore, o perlomeno un certo tipo di errori, si tratta degli errori predittivi che in molte situazioni ci permettono di spingerci più in là, consentendoci di affrontare l’ignoto, di fare le cose senza comprenderle e di farle bene.

Il saggista statunitense Joseph Campbell ha reso nota la nozione dell’archetipo “viaggio dell’eroe”, uno schema ricorrente nelle mitologie e nelle religioni delle culture di tutto il mondo. L’eroe è quell’individuo che avverte il richiamo di partire alla ricerca di qualcosa. All’inizio del viaggio la strada è incerta, indefinita e tortuosa; ogni eroe incontra una serie di ostacoli, ma la grande intuizione di Campbell fu che lo schema di queste storie è sempre lo stesso. Non ci sono mille eroi diversi, ma un eroe dai mille volti.

Il fallimento predittivo

Ogni imprenditore è certo che il suo viaggio sia unico e percorre il cammino verso la startup senza una mappa precisa, convinto che non esistano modelli da replicare. Ciò che rende di successo alcune startup e fa fallire altre sembra essere la fortuna, ma non è così. Lo schema è sempre lo stesso. La strada verso il successo di una startup è già stata esplorata ed è ben nota, essa può essere facilmente individuata dai fallimenti predittivi. E’ fondamentale avere la capacità e l’acutezza di imparare dagli errori degli altri. Capita spesso che gli errori di alcuni portino benefici al resto della comunità e, sfortunatamente, non a chi li ha compiuti.

Errori altrui e antifragilità

In un sistema economico e non, il sacrificio di elementi o persone fragili è spesso necessario per il benessere degli altri elementi o dell’insieme.
L’antifragilità di ciascuna startup è indispensabile per l’antifragilità dell’economia, ed è proprio questo a far funzionare l’imprenditoria: la fragilità dei singoli imprenditori e il tasso di fallimenti, necessariamente alto.
L’innovazione è figlia dell’antifragilità, sfruttata da eroici avventurieri che hanno corso rischi su rischi, sperimentando e procedendo per tentativi, dopo essersi immersi in guai, guai seri, ma non del tutto irreversibili.

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Alla ricerca del capitale perduto

L’impatto economico delle operazioni di private equity e venture investing in Italia

L’impatto economico delle operazioni di private equity e venture investing in Italia: alla ricerca del capitale perduto.

Al giorno d’oggi è assodato che l’investimento in capitale di rischio è in grado di recitare un ruolo di prim’ordine nei sistemi economici moderni. L’attività di Private Equity e Venture Capital riveste un ruolo di “acceleratore della crescita”, riportando un impatto significativo in termini di perfomances aziendali, sviluppo occupazionale e crescita del valore.

Il Presidente di AIFI, Innocenzo Cipolletta, in poche parole chiarisce il ruolo significativo degli investimenti in capitale di ventura e l’importanza che essi hanno per il vivaio imprenditoriale nazionale: “saper cogliere le opportunità implica, per le imprese, essere sufficientemente grandi e organizzate, sia al fine di far nascere nuove attività innovative, sia per dare a quelle esistenti quella dimensione di capitale, di organizzazione e di persone capaci di consentire loro un proficuo rapporto con i processi innovativi.”

Far ricorso a operatori specializzati nel sostegno finanziario per le imprese che sviluppano business innovativi è diventato imprescindibile per poter generare processi innovativi e per creare valore, consentendo alle imprese stesse di reperire il “capitale paziente”, che può esser utilizzato per programmare la fase di startup, piuttosto che per sostenere piani di sviluppo, nuove strategie, acquisizioni aziendali o altri processi critici del proprio ciclo di vita.

Notevoli sono anche gli impatti a livello nazionale, in quanto gli investimenti in VC e PE offrono un contributo significativo anche all’intera economia e non solo alle imprese finanziate. Una ricerca di A.T. Kearney (Creating New Jobs and Value with Private Equity) va ad evidenziare come l’attività di PE e VC assume un importante funzione anche nella generazione di valore, con impatti positivi sui ricavi, sulla profittabilità e sugli investimenti.

E’ inoltre necessario sottolineare come l’attività di investimento in capitale di rischio, in questo caso nell’ottica dei fornitori di capitale, sia un ottimo investimento. Infatti, i tassi di rendimento, misurati attraverso l’Internal Rate of Return (IRR), indicano, a livello europeo, una performance media annua relativa al decennio 2006-2016 pari al 9,3%, valore sensibilmente superiore a quello fatto registrare da altre forme di investimento con livello di rischio significativamente paragonabile.

Il Venture Capital italiano negli anni ha assunto gradualmente dimensioni sempre più rilevanti, anche se rimane non ancora sufficientemente sviluppato rispetto ad altri Paesi a noi significativamente comparabili.

Stiamo parlando di capitali di ventura, quindi stiamo prendendo in considerazione quella porzione di capitale che consente la traduzione in impresa di nuove idee, che permette di intraprendere i primi percorsi di sviluppo e che genera processi innovativi in grado di irrorare tutto il sistema imprenditoriale. In altre parole, il venture capital è un fattore di crescita e, pur nelle difficoltà del mercato italiano, ha favorito lo sviluppo e l’evoluzione del nostro sistema produttivo.

A livello di sistema Paese appare, dunque, strategico porsi l’obiettivo di un impegno comune finalizzato allo sviluppo di tale settore del mercato finanziario. E’ evidente che non si può pensare allo sviluppo del venture capital e private equity se non in un contesto di sviluppo armonico del sistema finanziario nel suo complesso. Stiamo parlando di un’attività che dev’essere “pro-ciclica”, cioè se vuole fungere da vero e proprio “motore” di sviluppo economico dovrà esser potenziata in favore delle imprese più complesse anche e soprattutto nei momenti di ciclo economico meno favorevoli. Il sostegno dovrà essere continuo, coerente ed articolato. Gli interventi occasionali generano illusioni. I cicli di investimento hanno bisogno di esser costanti, specie nel settore dell’high tech, dove se non si interviene a livello di tutta la filiera che origina le opportunità di investimento si producono ben pochi effetti duraturi e significativi sul sistema Paese.

L’Italia sembra che non abbia capito a pieno l’importanza che riveste questo settore del mercato finanziario, infatti i dati di mercato svelano uno scenario con trend decrescenti. Analizzando il triennio che va dal 2015 al 2017 si noterà che, la raccolta private equity e venture capital del 2016 è pari a 1.313 milioni di euro (-47%) rispetto ai 2.487 milioni del 2015. Nel corso del 2017 sono state realizzate 57 nuove operazioni per una contrazione pari al 38% rispetto al 2016 (92 operazioni).

Ma mentre da noi i finanziamenti in startup diminuiscono all’estero aumentano. Quest’anno noi investiremo circa 1/15 rispetto ai capitali che mette in gioco la Spagna. I dati raccolti da Dealroom relativamente agli investimenti in startup effettuati nei primi 6 mesi del 2017 rendono ancora più sbalorditivo il confronto tra noi e gli altri paesi europei:

  • Italia: €75M
  • Spagna: €500M (7x ITA, PIL Spagna: 67% di quello ITA)
  • Svezia: €600M (8xITA, PIL Svezia: 28% di quello ITA)
  • Francia: €1.3B (17xITA, PIL Francia: 133% di quello ITA)
  • Germania: €1.5B (20xITA, PIL Germania: 187% di quello ITA)
  • UK: €3.0B (40xITA, PIL UK: 142% di quello ITA)

Il gap è lampante.

Ciò probabilmente, è dovuto al fatto che permane una diffusa incapacità nel comprendere come realmente funziona il mondo delle startup e del venture capital, una vasta ignoranza che può avere tante dimensioni: alcune di natura tecnica altre legate ad una sfera sociale/economica.

Confrontiamo i nostri numeri sulle operazioni venture investing con quelli degli USA, non per autolesionismo ma per riuscire a render concreto il gap che si interpone tra noi e il resto del mondo. Il mercato italiano del VC ha chiuso il 2017 con 57 operazioni e con una stima di 75 mln di euro di investimenti. Nel 2015 erano state chiuse 77 operazioni e una stima di 120 milioni di investimenti. Trend decrescente confermato a tutti gli effetti.

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Fonte AIFI

Se paragoniamo le operazioni in capital risk degli USA effettuate nel 2015 vedremo che sono stati registrati 4380 deal, per un totale di 59 miliardi di dollari.
Nel grafico qui di seguito sono stati normalizzati i dati rapportandoli al numero di abitanti e la distanza tra i due mercati rimane comunque impressionante.

Fonte AIFI

La differenza tra i due Paesi si nota non solo nel numero e valore complessivo dei deals, ma anche analizzando la dimensione delle singole operazioni di finanziamento. Sia per quel che riguarda il seed stage sia per il primo round di fianziamento, le operazioni sono totalmente ridimensionate.

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Fonte StartupItalia

In pratica in Italia si investe in una startup quasi un terzo di quanto si investa in USA. Quest’ultimo dato è particolarmente significativo, poichè prrescinde dalla dimensione complessiva del mercato di riferimento ed analizza i dati relativi a singole operazioni. La cosa sorprende ancor di più se ci fermiamo a riflettere sul fatto che per certi mercati come, ad esempio, quello delle IPO e M&A si è abituati a notare un forte squilibrio tra le dimensioni sulle singole operazioni negli USA e quelle del nostro Paese. Di contro in un mercato “fresco” come quello delle startup, dove le società sono state appena costituite e quindi non hanno avuto il tempo di intraprendere dei processi di crescita differenti come invece accade nelle imprese consolidate, visto anche il fatto che in Italia le imprese tendono a restare medio piccole, mentre negli USA i tempi di cresita sono dimezzati e confluiscono sulla via della quotazione, tale differenza non dovrebbe esservi.

Qual è la causa della scarsità di investimenti in Italia?

Probabilmente la natura del problema ruota attorno all’ecosistema startup. In Italia sono iscritte al registro delle imprese innovative circa 7398 startup e 54 incubatori certificati e almeno altri 100 che si qualificano come tali. L’innovazione italiane non decolla perchè il problema è alla radice. I “professionisti delle startup” e le “startup” stesse rappresentano la complicazione del sistema. I primi crescono ad una velocità simile a quella degli altri Paesi europei, sia nei metodi di valutazione sia negli approcci di gestione e manageriali snelli, le seconde procedono a rilento in termini di fatturato, valutazione ed exit.

Per un fondo di VC operante in Italia c’è una bassissima possibilità di disinvestire e conseguire ritorni, solo gli incubatori di successo, quelli con alle spalle un fondo dotato di capitali ingenti, potranno permettersi di proseguire con i loro investimenti. Gli altri dovranno integrare con servizi dedicati alla consulenza strategia o manageriale o al più abbandonare in pieno l’attività di investimento.
Molti fondi VC applicano una filosofia d’investimento volta a perseguire il successo continuo, non si accetta la sconfitta passata come un valore aggiunto dal quale far derivare una esperienza di analisi in settori così innovativi. Negli USA avere alle spalle un fallimento è quasi preferibile, la lezione una volta imparata non si scorda.

E’ logico che i ritorni medi realizzati dai fondi VC italiani negli ultimi 10 anni siano profondamente infelici. Si parla del 7,9%, che se isoliamo le operazioni di early stage, diventano addirittura nulli.

I titoli di Stato hanno reso di più.

Per far sopravvivere l’ecosistema innovazione devono esser ridimensionate le aspettative, il tasso di mortalità delle startup deve esser ridotto cercando di portarne verso il profitto il maggior numero possibile, avvicinandosi all’exit.
Le exit più grandi, quelle che da startup generano scale-up, ovvero quelle generate il più delle volte con investitori esteri o tramite quotazione in borsa, devono invece esser l’eccezione che alimenta il sistema.

I portafogli di venture capital offrono una vasta gamma di risultati ai fondi.

Alcuni investimenti producono la maggior parte dei rendimenti, mentre molti investimenti non restituiscono nulla. Gestire un portafoglio investito in capitale di rischio seguendo la dinamica della legge di potenza è una vera e propria sfida. La maggior parte delle imprese (questo a livello internazionale) finanziate da VC non si quota in Borsa ne viene acquisita dalle big companies, ma chiude i battenti, di solito anche in tempi molto rapidi.
E’ logico che un fondo durante il primo periodo perda denaro. I venture capitalist sperano che il valore del loro fondo aumenti drasticamente in pochi anni, fino al punto di pareggio e oltre, quando le imprese di successo che fanno parte del portafoglio iniziano a sfruttare la loro crescita esponenziale.

Quando avverrà questo decollo? Per la maggior parte dei fondi, MAI. Falliscono sia le startup, sia i fondi.

L’errore che commettono i “professionisti delle startup”, sta nell’aspettarsi che i ritorni saranno distribuiti normalmente, cioè credere che le cattive imprese falliranno, quelle medie rimarrano stabili e le buone offriranno un ritorno doppio o addirittura quadruplo. Avendo in mente questo modello a dir poco insensato, gli investitori costruiscono un portafoglio diversificato, sperando che i vincitori bilanceranno i perdenti. I ritorni sul venture capitalism non seguono affatto una distribuzione normale, anzì una legge di potenza: una manciata di imprese sorpassa drasticamente tutte le altre in performance.

L’investitore intelligente tende a realizzare 20/25 investimenti per fondo iniziale.

I migliori quattro o cinque investimenti del fondo solitamente generano oltre l’80% del rendimento totale del fondo stesso (essi equivalgono al primo quartile). Si potrà pensare che queste sono le attività imprenditoriale che il fondo/incubatore seguirà più assiduamente, in realtà sono business così innovativi che non hanno bisogno di esser seguiti. Praticamente vanno da soli verso il successo. Tra questi quattro o cinque investimenti effettivamente remunerativi per il fondo, si potrebbe nascondere un unicorno. Anche se spesso gli Unicorni possono influenzare il mercato dando una fotografia fuorviante rispetto alla realtà relativamente alla crescita reale del business. Infatti, per attrarre più capitale e far credere al pubblico di star progredendo, le startup offrono agli investitori quote di capitale a condizioni privilegiate. Proprio per questo la scelta da parte dei fondi di non entrare in una fase troppo prematura è giustificata dal fatto che la probabilità che una startup si trasformi in unicorn è decisamente bassa.

Circa 10 investimenti per fondo restituiscono più o meno il 5% (il terzo e il quarto quartile). Questi richiedono grande attenzione ed un lavoro meticoloso. Sono investimenti poco raionali, che forse necessitano di una cultura tecnologica futura, per cui conviene tenerli in portafoglio e farli maturare di pari passo al mercato.

Poi c’è il secondo quartile, il quale produrrà circa il 15% dei rendimenti del fondo medesimo. Questa, probabilmente, è la coorte di investimenti più difficile da gestire. Le società appartenenti al secondo quartile sono generalmente aziende particolarmente buone ma mancano delle caratteristiche di generazione di valore esplosivo come quelle appartenenti al primo quartile. Sono la cosiddetta via di mezzo che pesa sul capitale stanziato dal fondo, poichè le imprese appartenenti al suddetto quartile non riescono a generare potenziale per avere successo su ampia scala nel breve termine.

Le operazioni dei fondi VC e PE non sono tutte uguali.

Nel corso del tempo si è registrata una notevole evoluzione delle tipologie d’investimento dei capitali da parte degli operatori istituzionali in Italia. In base alle diverse fasi del ciclo di vita delle imprese target che si caratterizzano per diverse necessità di capitali e di supporto manageriale è possibile distinguere tra:
-Early stage financing
-Expansion financing
-Buyout
-Replacement & turnaround

Per “early stage financing” si intende il finanziamento effettuato per supportare lo stadio iniziale dello sviluppo dell’impresa. E’ la fase di venture capital in senso stretto, dove l’investitore finanzia startup digitali le cui caratteristiche rispondono ai requisiti per scalare nel fatturato in breve tempo e si accolla il rischio totale dell’idea che essendo ancora in fase embrionale, ancora non si è scontrata con il mercato. Nelle operazioni di avvio, l’individuo necessita spesso, più che di un mero contributo in termini di capitali, di un aiuto nella definizione della formula imprenditoriale e nella riflessione sulla propria posizione competitiva. Allo stesso tempo, l’investitore deve necessariamente avere fiducia non solo nelle potenzialità del business, ma anche nel team che procederà con l’execution. Alla luce del rischio insito in tale categoria di investimenti le operazioni di early stage financing rappresentano statisticamente, in tutto il mondo, quelle con il maggior tasso di insuccesso per via delle maggiori probabilità di fallimento dell’iniziativa e delle difficoltà collegate al processo di disinvestimento di simili operazioni, gli investitori tendono spesso ad acquisire solo partecipazioni di maggioranza.
Le operazioni di “expansion financing” supportano l’impresa nella risoluzione delle problematiche connesse al suo sviluppo. Lo sviluppo di un’attività imprenditoriale che ha raggiunto un determinato livello di maturità può essere generalmente perseguito attraverso l’aumento o la diversificazione diretta della capacità produttiva, l’acquisizione di altre aziende o rami di azienda, oppure l’integrazione con altre attività imprenditoriali. In termini finanziari, l’investimento si sostanzia solitamente nell’acquisizione di partecipazioni di minoranza poichè l’imprenditore, pur mantenendo il controllo, ritiene utile ed opportuno l’affiancamento ed il supporto finanziario di una società di private equity per porre le basi di una nuova fase di sviluppo.
La terza categoria di intervento in capitale di rischio è rappresentata dalle tipiche operazioni di PE, ovvero operazioni di buyout”, finalizzate al totale o comunque radicale cambiamento dell’assetto azionario dell’impresa target. Qui l’operatore di PE assume il controllo dell’impresa nella quale investe acquisendone la maggioranza.
Il “Replacement & tournaround”, infine, si riferisce ad operazioni che hanno la finalità sia di: 1) sostituire una parte della compagine azionaria che non è più coinvolta nell’azienda; 2) entrare nel capitale di una società in dissesto finanziario, al fine di ristrutturarla e renderla nuovamente profittevole.

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Il segmento di mercato per il quale da sempre si rivela il maggior numero di investitori attivi è stato quello dei buyout, seguito dal comparto dell’expansion. Gli operatori che hanno realizzato almeno un investimento di early stage, invece, sono stati 30 (nel biennio 2015-2016, uno dei più profittevoli per il venture investing).
Al 31 dicembre 2016 le società nel portafoglio complessivo degli operatori monitorati nel mercato italiano risultavano pari a 1.255, per un controvalore, al costo storico d’acquisto, di circa 26 miliardi di Euro, di cui oltre la metà investito da soggetti internazionali.

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Qualche chiarimento e un pò di iniziative per un Italia più competitiva

Quando inizieremo a giocare anche noi?

In Italia, a differenza del resto d’Europa, permangono numerosi problemi di tipo strutturale. Le operazioni di early stage ricoprono ancora un ruolo residuale nonostante l’impegno e le dichiarazioni dei diversi governi succedutisi ad un supporto più concreto degli investimenti. Le startup italiane hanno iniziato a godere di un complesso di agevolazioni esteso solo a partire dalla fine del 2012 con il decreto Crescita 2.0. Siamo al quinto anno di politiche dedicate, tra semplificazioni e inventivi fiscali. E non si tratta più di un fenomeno di nicchia, i numeri sono significativi: 7398 startup iscritte al registro dedicato (una crescita del +24,5%), una forza lavoro di 34.120 unità tra addetti e soci, un valore aggregato della produzione, calcolato solo sulle imprese che hanno depositato i bilanci, che si aggira agli 800 milioni. Ma all’ecosistema italiano manca la scossone sul capitale di rischio. Gli incenviti statali per chi investe smuovono qualcosa ma non a sufficienza, manca il supporto privato e pubblico negli stadi successivi di consolidamento, espansione e crescita sui mercati. 

E’ ormai cosa nota che chi si dovrebbe occupare di promuovere ed incentivare gli investimenti in capitale di rischio (il mondo della consulenza, del private banking, analisti e gestori) affronta la questione basandosi su una serie di luoghi comuni, che altro non fanno che disincentivare ogni forma di interessamento da parte di risparmiatori ed istituzioni.

Basare le analisi e i dati sulle sole startup iscritte al registro delle imprese appositamente creato può esser giusto fino ad un certo punto, stiamo pur sempre parlando di idee innovative che non hanno di certo la priorità di esser iscritte in un registro.
I bandi pubblici hanno un tasso di applicazione bassissimo, molti si meravigliano di ciò, ma c’è una spiegazione. Sono bandi con termini di esclusione al limite dell’assurdo, la sponsorizzazione non avviene quasi mai, per ricercare i termini di application bisogna perdersi nei meandri dei siti ministeriali. Basti pensare che per poter applicare ai bandi pubblici per le startup/Pmi innovative è possibile farlo solo tramite dispositivi Windows con sistema operativo Windows Vista. Ovvero un sistema operativo che risale al 2007.
Un altro luogo comune è l’impressionante tasso di mortalità del 50% per tale fascia di attività imprenditoriali, quando in realtà ciò risulta esser normale. L’elevato rate di mortalità non è una diretta conseguenza del fatto che ci sia una mancanza di fondi dedicati al VC e PE, ma è una rispondente conseguenza alle leggi di mercato. C’è il business basato su un’idea valida e il business che non attecchisce alle esigenze del mercato.
Le startup early-stage non potranno mai giungere alla redazione di un business plan, inutile continuare a richiedere un piano basato su forecast finanziarie per accedere ai capitali se il modello di business ancora non è stato validato.
Le tecniche di Lean Management sono sottovalutate dagli aziendalisti che si approcciano al mondo del VC e dei processi di incubazione, quando in realtà sono il punto chiave per realizzare, testare, validare, rimodellare qualsiasi idea in un breve lasso di tempo.
Gli investitori si concentrano esclusivamente sulla profittabilità, sul cash flow e sulle units economiche legate ai costi e ricavi generate dal singolo business model. Mentre il fattore della crescita è evidentemente passato in secondo piano.

Recentemente, durante lo Startup Day di Agi, i più rilevanti fondi di Venture Capital italiani si sono incontrati con le istituzioni per fare il punto della situazione su quali siano le problematiche legate al mancato sviluppo del Venture Investing e per delineare le caratteristiche di un possibile piano di investimento di 5 miliardi di euro con un’ingente supporto pubblico, sulle orme dei nostri cugini di oltralpe (la Francia ha annunciato la costituzione di un fondo da 13 miliardi di euro da dedicare all’innovazione).

Dove si trovano i 5 miliardi? Possibilmente senza generare nuovo debito?

Mi ha colpito l’intervento di D. Nesci e M. Nesi sul Sole 24 Ore, i quali individuano alcune soluzioni per mettere in atto un piano che servirà a dare nuova linfa ad un settore in crisi.

Cosa chiedere a politica e policy maker?²

1) Innazitutto non dovrà esser fatta nessuna cessione di quote sul mercato, ma utilizzare dei flussi di dividendi.
Questo per definire un semplice vincolo di destinazione esplicito verso investimenti VC a valere sulle somme incassate come dividendi, senza quindi ridurre in alcun modo lo stock di partecipazioni quotate detenute direttamente dal Tesoro.
L’adozione di questa strategia comporterebbe svariati vantaggi: nessun impatto sui prezzi delle società quotate in portafoglio; nessuna variazione dei poteri di governance attualmente in capo al Tesoro; grande visibilità mediatica e nazionale per l’aver assicurato chiarezza di destinazione a risorse pubbliche particolarmente ingenti, supportando un’industria ad alto potenziale.

2) Nessun investimento diretto dello Stato, ma solo co-investimenti affiancando investitori privati. Supponiamo ora che lo Stato abbia una disponibilità di 600 milioni. Come trasferire queste risorse al mercato? In un contesto delicato come quello italiano, è quanto mai necessario stabilire meccanismi certi “ex-ante” e misurabili “ex-post” nell’ambito di un principio tassativo: il vincolo per l’operatore pubblico di co-investire con operatori privati.

Immaginando di replicare anche a livello nazionale una tale struttura, i 600 milioni pubblici sarebbero investiti nell’ambito di un processo chiaro, trasparente e in sinergia con risorse private. Proiettate sui 5 anni, le risorse complessivamente mobilitate sarebbero proprio 5 miliardi: 3 tramite risorse pubbliche e 2 tramite risorse private in co-investimento (a garanzia dell’allineamento di interessi).

I due editorialisti del Sole, hanno anche individuato alcune potenziali obiezioni e contro-osservazioni alle suddette soluzioni:
1) Il VC non si finanzia con le risorse pubbliche. Ma se ricordiamo bene anche la Spagna si è dotata di un fondo di co-investimento pubblico (Fond-ICO Global, dotazione di 1,5 miliardi), tale fondo è stato istituito a partire da una situazione ugualmente critica, anche grazie a questa mossa, a distanza di 5 anni gl investimenti della Spagna sono 10 volte quelli italiani, grazie soprattutto a investitori privati.

2) Destinare i flussi dei dividendi delle partecipate pubbliche a investimenti VC significa rinunciare a un rendimento di quasi il 4% (800 milioni di dividendi incassati nel 2017 rapportati a 19 miliardi di valore). Su questo, affinché anche le risorse dedicate al VC abbiano un ritorno determinabile, si potrebbe prevedere un rendimento preferenziale minimo a favore del Tesoro per le somme investite in VC: di fatto, un hurdle rate” del 4% in capo agli operatori VC chiamati a gestirle. In questo modo le risorse allocate al VC avrebbero un rendimento minimo allineato alla performance corrente del portafoglio e i flussi da dividendo fungerebbero da semplice “collateral”. In un ulteriore sforzo progettuale, si potrebbe addirittura prevedere di destinare strutturalmente le somme ricevute a titolo di restituzione del capitale e di “hurdle rate” alla riduzione del debito pubblico: a conti fatti lo Stato, senza smobilizzare alcunché, si troverebbe a finanziare innovazione e contemporaneamente a ridurre il debito.

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L'imprenditore digitale, un eroe dai mille volti che si scaglia contro i monopoli

E’ finita l’era delle StartUp?

Nel paragrafo introduttivo abbiamo evidenziato come un’attività imprenditoriale, specialmente se di piccole dimensioni e dedicata ad un business innovativo, sia caratterizzata da estrema incertezza. Ciò potrebbe risultare scontato, ma ritengo che sia di fondamentale importanza tenere in considerazione il contesto e la dinamica dell’ambiente esterno nel quale un’attività di impresa dovrà andare a radicarsi, poiché è proprio l’ambiente esterno a determinare tale incertezza.

Secondo alcuni economisti, la crescita delle startup è fortemente rallentata non solo dalla mancanza di investimenti da parte dei Venture Capital e dalla pigrizia degli angels ma anche e soprattutto dalla forte presenza di monopoli strategici di alcuni giganti della tecnologia che si stanno pian piano mangiando le startup, o meglio stanno annientando le opportunità per le startup di svilupparsi, crescere ed evolversi.

Emil Abirascid su Startup Business arriva addirittura ad ipotizzare che sia arrivata la fine dell’era delle startup, egli afferma: “È finita l’era delle startup, almeno se consideriamo la definizione più classica di startup: azienda digitale che vuole diventare una global company e valere miliardi di euro, dollari o bitcoin. Abbiamo sempre detto, e ribadiamo, che le startup non sono solo quelle ‘pure digital’ ma anche quelle che sviluppano innovazione, che creano nuove tecnologie, che usano al meglio le tecnologie esistenti per innovare i modelli di business in molti altri settori, e soprattutto abbiamo sempre detto, e confermiamo, che le startup sono innovative non solo perché fanno cose nuove ma anche e soprattutto perché fanno cose in modo nuovo applicando nuovi paradigmi e una nuova filosofia della imprenditorialità.”

Non a caso, Luca Tremolada, editorialista del Sole 24Ore, in poche righe ci fa capire la pericolosità di avere mercati innovativi monopolizzati dai big: “Il rischio è quello di avere startup zombie, che sopravvivono magari oltre i tre anni e poi diventano Pmi piccole piccole. Si accontentano del loro business e non crescono più. Come accade al tessuto della piccola impresa italiana. Da sempre accusato di nanismo. Per una azienda innovativa, questo nanismo potrebbe costare a tutto l’ecosistema moltissimo.”

I monopolisti del nuovo millennio: buon viso a cattivo gioco

Pensiamo al quasi-monopolista Amazon, la corsa del colosso californiano è inarrestabile, l’anno scorso ha venduto online sei volte più di Walmart, Best Buy, Target, Home Depot, Nordstrom, Kohl’s, Macy’s, e Costco messi insieme.
Ad Amazon è dovuto inoltre il 30 per cento della crescita nelle vendite al dettaglio degli Stati Uniti, sia online sia fisiche. Eppure il suo dominio va ben oltre la vendita al dettaglio. Pubblica libri, concede prestiti, progetta vestiti e fabbrica hardware. E oltre a tutto ciò, controlla Amazon web services, un’attività da 12 miliardi di dollari che dà in affitto server, banda larga e potenza di calcolo ad altre aziende. Tra i clienti di Amazon web services ci sono Slack, Netflix, Dropbox, Tumblr, Pinterest e il governo federale degli Stati Uniti.

Tutto questo potere nelle mani di un solo player è un bene o un male per l’imprenditoria digitale?

Certo, nessuno mette in obiezione il fatto che oggi Amazon, nella sua forma attuale, è ottima per i consumatori. Ma che ne sarà nel prossimo futuro? Amazon sarà ancora la scelta conveniente?
Amazon è un esempio lampante ma bisogna tenere in considerazione anche il dominio di altri vari players tecnologici di cui risulterebbe alquanto scontato citare i nomi, nel frattempo noi ci stiamo accorgendo che ci troviamo in un mercato dell’innovazione monopolizzato da alcuni giganti economici, che si divertono a decidere il futuro di tante piccole startup?

Per dirla con le parole pungenti di Jonathan Taplin autore di Move Fast and Break Things: How Google, Facebook and Amazon Have Cornered Culture and What It Means For All Of Us: “i titani dell’era digitale spesso si comportano come ragazzacci viziati e ignoranti con molto più denaro che buon senso; e le loro vittime includono molti degli artisti che creano cose veramente di valore e che non riescono più a guadagnarsi da vivere”.

La questione si fa interessante a questo punto, è ora evidente che ritengo il monopolio di mercato dei colossi tecnologici alquanto dannoso per lo sviluppo degli ecosistemi startup. Sia chiaro, ribadisco che non è l’unica causa ad esser chiamata in gioco, teniamo sempre conto del disinteresse delle realtà bancarie verso la micro-imprenditoria (eccetto qualche credito cooperativo sparso qua e là per i territori nazionali), programmi di accelerazione che fanno acqua da tutte le parti, ‘mentori’ e advisors che, il più delle volte, si celano dietro qualifiche altisonanti ma del tutto inutili, che non fanno altro che fuorviare il povero founder nella ricerca del suo modello. Questi sono solo alcuni dei fattori di mancato sviluppo dell’ecosistema italiano, europeo e perchè no anche internazionale, descritti a grandi linee.

Nella Silicon Valley c’è chi ritiene che la concorrenza perfetta uccide l’economia

Nonostante ciò, alcuni economisti della Silicon Valley ritengono che il monopolio sia una condizione fondamentale per determinare un business di successo. Tra questi spicca la figura di Peter Thiel, cofounder di Paypal e CEO di Founders Fund. Thiel afferma che: “I monopoli spingono il progresso perché la promessa di anni, o persino decenni, di profitti che ne possono derivare offre un potente incentivo all’innovazione.” Secondo Thiel quindi, nonostante siano note le sue radici liberiste e le forti simpatie per la destra repubblicana, i monopoli possono generare innovazione perchè i profitti consentono loro di pianificare a lungo termine e di finanziare gli ambiziosi progetti di ricerca che le imprese bloccate dalla concorrenza non possono neanche sognare.

La scioccante visione di Thiel ritiene che la concorrenza perfetta uccide l’economia perché, nel suo schema ideale, tutte le imprese competono allo stesso livello e nessuna fa un profitto significativo da reinvistire in nuove sfide.

Capitalismo di PRETESTO

Mi trovo in forte disaccordo: questo sfrenato “capitalismo di controllo” da parte dei big non fa altro che far aumentare la quantità di potere centralizzato per stabilire i termini secondo cui i piccoli rivali possono accedere al mercato. Se andiamo ad osservare tutti i settori in cui Amazon, Google e Facebook (con le news e le inserzioni) sono dominanti, ci accorgeremo subito che sarebbe da folli provare ad entrarci. Sono imprese che generano miliardi di ricavi, di cui solo 1/4 vengono reinvestiti.

Ancora non è stata introdotta una più accurata sorveglianza antitrust nel merito della questione, probabilmente perché si preferisce chiuder gli occhi di fronte ad una così lampante verità. La lotta contro i monopoli dovrebbe esser considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno stato di pari passo all’aumento degli investimenti in innovazione, dove i dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno.

Quando il principio innovatore vuole andare oltre i confini della ragionevolezza umana

La tesi di Thiel, pioniere della Silicon Valley, trova il tempo che trova e la considero un bieco tentativo di contrastare le teorie economiche classiche che nella loro chiarezza empirica avevano, ormai da secoli, individuato la fallacia del monopolio.

In un’economia dell’innovazione il più grande errore che possa esser fatto è quello di non andare a contrastare i monopoli. Sarebbe come fare 10 passi avanti in ricerca e sviluppo innovativo e 9 indietro in materia di regolamentazioni.

Diffondere la cultura liberale in Silicon Valley

Alla tesi di Peter Thiel, che stimo profondissimamente come imprenditore e come venture capitalist, vorrei contrapporre le parole di Luigi Einaudi. Proprio lui, si chiedeva quale dovesse essere lo scopo primario dello strumento di indagine della concorrenza teorizzato dagli economisti. Essi hanno supposto un mondo fatto di molti compratori e venditori, molti produttori e molti consumatori, ognuno di questi di certe non troppo grosse dimensioni; nessuno talmente grosso da poter con la sua azione influenzare l’azione degli altri.

Tutti coloro che intervengono sul mercato – produttori e consumatori – sono mobili, e non solo possono muoversi, ma entrare liberamente in ognuno degli impieghi, professioni e mestieri, in ognuno dei mercati ed anche uscirne quando lo vogliono. Costoro hanno quel grado di prevedibilità massima che gli uomini possono avere. Cercano di intuire, di prevedere gli avvenimenti entro i limiti in cui l’occhio umano può farlo. Dispongono delle forze di lavoro e degli altri fattori di produzione (capitali materiali) per frazioni divisibili e possono quindi aumentare o diminuire i loro investimenti di lavoro o di risparmio a seconda della loro convenienza.

Innovazione = saper rompere le regole. Sì, ma facciamolo tutti insieme.

Chi vuole fare innovazione, chi vuole portare un cambiamento significativo nella moderna società attraverso il proprio ingegno, chi vuole mettere a disposizione della collettività il proprio potenziale tecnologico non per il bieco raggiungimento del profitto ma per “condividere” innovazione; dovrà prima di tutto contribuire ad attuare un cambiamento nel regime delle regolamentazioni dei player di prim’ordine. Ricordiamoci sempre che l’innovazione è mossa dalla capacità di saper rompere le regole e dall’abilità di vedere il cambiamento come un’opportunità aperta a tutti.

Sources:

La Finanza per le Startup in Italia – VEM 2017 – AIFI – AIFI Dati di mercato.

Dimensione delle singole operazioni di finanziamento: ITA vs US – Fonte StartupItalia

² “Cosa chiedere a politica e policy maker” – Questo paragrafo è stato ripreso dall’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore da M. Nesi, di LVenture Group, seed investor in startup digitali quotato al MTA di Borsa Italiana, e D. Nesci, partner di LVenture Group e Kauffman Fellow.