Ci stiamo perdendo il Sud?

Ci stiamo perdendo il Sud?

Ci stiamo perdendo il Sud?

Guardando i dati di cui sotto (fonte Eurostat), dal Lazio in giù livello di giovani che non studiano e non lavorano è pari a quello di Grecia, Turchia e Romania.
Il dato è impressionante. Sarebbe necessario un intervento di policy di lungo termine.
Tuttavia, l’attuale politica del lavoro del Governo sta aggravando lo scompenso occupazionale: il valore monetario derivante dalla neonata misura di Reddito di Cittadinanza non è compensato da una serie di politiche mirate alla ricerca di impiego né tantomeno da politiche di formazione professionale.

Sulla riviera romagnola il Reddito di Cittadinanza manda in crisi il lavoro stagionale. Gli stabilimenti e le strutture alberghiere faticano a trovare addetti per aprire la stagione. Molti giovani del Sud che negli anni scorsi si distribuivano tra le varie località turistiche estive italiane, nel corso di questa stagione, hanno preferito non esser occupati per poter percepire il Reddito di Cittadinanza (RdC).

A quanto pare, quindi, il RdC non ha contribuito a rilanciare il principio della responsabilità individuale all’interno del nostro Paese.
Sarebbe dovuto esser uno strumento di incoraggiamento volto a mantenere le persone in piena efficienza e capacità di lavoro, alimentando la volontà di voler ottenere un reddito superiore al sussidio percepito e di andare oltre i semplici bisogni materiali. Tuttavia, le forze politiche hanno fatto leva su tale strumento sussidiario per pura propaganda politica, senza curarsi di strutturare una politica di progresso sociale.

L’Italia si trova di fronte a forze di innovazione, anche dirompenti, che stanno scardinando gli abituali paradigmi: considerando che saremo presto colpiti da un’imponente ondata di disoccupazione tecnologica le istituzioni hanno il dovere di farsene carico con politiche attive che partano dalla scuola per arrivare alle università, all’aggiornamento professionale dei lavoratori occupati e alla riconversione di quei soggetti che hanno o stanno per perdere il posto di lavoro.
Secondo stime dell’OCSE le mansioni di circa un 10% di lavoratori italiani sono ad alto rischio di automatizzazione e le occupazioni di un 44% di impiegati subiranno un cambiamento radicale.
Senza alcun dubbio, il progresso tecnologico farà registrare un incremento della produttività e del PIL, tuttavia, come successe 3 secoli fa durante la Rivoluzione Industriale, il rimpiazzo dei posti di lavoro perduti con delle nuove occupazioni non sarà istantaneo e richiederà anche più di una generazione.

Se il governo vuole contrastare il fenomeno della povertà e della disoccupazione, dovrebbe progressivamente passare da un’azione di assistenza ad un’azione di investimento individualizzato per accrescere il capitale umano. Una formazione continua garantita alle professioni soggette ad automatizzazione è indispensabile.

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