Gramsci odiava il capodanno. Ma voi risparmiatevelo, non siete Gramsci.

Gramsci odiava il capodanno. Ma voi risparmiatevelo, non siete Gramsci.

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Il 2017 è ormai prossimo a cedere il passo all’anno nuovo, diciottesimo del nuovo millenio. Il “2000” diventa maggiorenne!
Come l’uso legato al consueto luogo comune del divertimento massificato impone, ci si scambiano auguri, abbracci, regali, si festeggia, si mangia fino all’esasperazione, si programmano i buoni propositi e soprattutto si alimentano illusioni e false speranze, le quali vengono bellamente dimenticate nel giro di una manciata di giorni.

Ahimè, proprio durante questo periodo, mi capita di trovare condiviso sui più svariati social network (in particolare Facebook) la riflessione che Antonio Gramsci scrisse nel 1916 sul quotidiano Avanti! dal titolo “Odio il capodanno”. Una riflessione centenaria che è ormai diventata virale.

Nell’articolo di Gramsci si critica l’abitudine, tipicamente aziendalistica di fare consuntivi, bilanci di fine anno e propositi per il futuro quasi che la storia personale, ma anche la Storia, si potesse dividere in date e non fosse invece un continuum.
La critica gramsciana veniva rivolta all’errore psicologico di spacchettare la vita in date e stagioni che sono puramente artificiali.

Condivido pienamente il pensiero gramsciano (non condivido, invece quelle che erano le sue teorie tecnico-politiche). Anche io, nel mio piccolo, odio il capodanno. Anche io “voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni mattina voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.”

Per forza di cose, però, detesto altamente leggere a rimpallo ogni anno lo stesso brevissimo testo (alcuni non si degnano di prendere nemmeno la versione integrale) di Antonio Gramsci, proposto come se fosse una scheggia impazzita di cinismo e disincanto.

“Odio il Capodanno” di Gramsci è diventato un messaggio banale e scontato. Un perfetto luogo comune.

Un messaggio che è andato a finire nelle mani degli “sharatori” dell’ultimo secondo. Nelle mani di tutti quelli che sfranti dal non riuscire, neanche quest’anno, ad organizzare un festeggiamento decente, trovano per puro caso una citazione colta che approssimativamente rispecchia il loro umore momentaneo, e prontamente si apprestano a condividerla sulla propria bacheca.

Io non odio il Capodanno, ma non posso neanche dire che lo amo. Anche se credo di averne bisogno.
Questo segnatempo convenzionale, in realtà, a qualcosa serve.
Viviamo ormai in un mondo incomprensibile, caratterizzato da elementi e proprietà invisibili, dal caso e dalla complessità. Un mondo, una società e una realtà che viaggiano più veloce di quanto noi stessi siamo abituati a fare.

Ed è per questo che abbiamo bisogno del Capodanno. Per ritrovare il senso del tempo.
Viviamo le nostre vite freneticamente e ogni tanto abbiamo bisogno di resettare le lancette interne. Riposizioniamo i secondi e i minuti, proprio come su quegli orologi da parete un po’ scrausi che sono soliti accumulare ritardi e imprecisioni.

Il Capodanno dovrebbe esser quel giorno in cui ci fermiamo, alziamo la testa, voltandoci prima indietro e poi cercando di guardare avanti per assicurarci che la direzione della nostra bussola sia sempre puntata verso l’ambizione più grande che abbiamo nella vita.
Non è poi così male tirare le somme di un bilancio di fine anno e provare a fare qualche previsione. E’ vero Gramsci suggerisce di farlo ogni giorno, ma si sa che, vedendo gli scostamenti su un frame temporale ad ampio spettro si riesce ad individuare il flusso di andamento più facilmente.

Il messaggio di Gramsci andava ben oltre: lui odiava quello che oggi noi siamo.

Quello che noi siamo in ogni nostro giorno. Proprio noi, che ogni mattino invece di leggere, interpretare e cercare di capire il mondo preferiamo farci cullare dalla quotidianità degli eventi. Una quotidianità spesso fatta di cose banali ed insignificanti, attorniata da informazioni tossiche del tutto casuali in un mondo inelegante, monotono, pomposo, avido, per niente intellettuale, egoista e noioso.

Gramsci odiava fare il bilancio del proprio percorso di vita il 31 di Dicembre. Ma faceva un mini-bilancio ogni giorno, a ogni traguardo raggiunto, ad ogni difficoltà superata.
La maggior parte di noi no. Quindi è inutile condividere a fine Dicembre il suo articolo sui Social Network. Non siamo all’altezza.
Il suo messaggio era ben più profondo. Gramsci non avrebbe mai e poi mai perso tempo a dichiarare guerra al Capodanno.

Mi auguro solo che il testo di Antonio Gramsci il cui titolo originale è “Sotto la Mole”, oltre ad esser condiviso a profusione venga anche compreso nel significato più profondo: la nostra vita non può essere spezzettata artificialmente, specie quanto più è autentica e frutto di una scelta di impegno. Ogni giorno è Capodanno significa augurarsi e impegnarsi a continuare, per chi non l’ha ancora fatto l’augurio è quello di cominciare. A fare cosa? A ritrovare il senso e la direzione delle nostre azioni. Ad iniziare a fare bilanci e a rinnovarci.

Odio il capodanno, firmato Antonio Gramsci – Il testo integrale

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

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