L’Italia non investe in innovazione. Ancora non abbiamo capito come funziona il venture investing.

L’Italia non investe in innovazione. Ancora non abbiamo capito come funziona il venture investing.

 

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Il termine “startup” ormai è un mantra, colpa nostra che ci innamoriamo delle sigle e di quelle magiche definizioni che solo a pronunciarle tingono di verde le praterie dell’imprenditoria nazionale.

In Italia e in Europa l’estro imprenditoriale sembra essersi risvegliato, soprattutto da parte dei giovani con una forte inclinazione nell’affrontare rischi ed incertezze, i quali dimostrano una forte vivacità nell’inquadrare gli obiettivi primari per riuscire a trasformare la loro idea in un business di successo.

Ce ne sono tante di nuove imprese, non solo nel campo della tecnologia avanzata, ma il capitale di rischio, che dovrebbe lanciarle sul mercato e sostenerle, è irrisorio. Nonostante l’Italia abbia una delle normative più avanzate nel promuovere le startup con forti agevolazioni fiscali, deroghe al diritto del lavoro e a quello fallimentare, nel settore del Private Equity crollano gli investimenti. Nel Venture Capital e Private Debt l’ammontare investito è calato del 61% rispetto all’anno scorso.

Il cosiddetto “capitale paziente”

L’investimento in capitale di rischio è in grado di recitare un ruolo di primaria rilevanza nei sistemi economici moderni, sotto numerosi profili. Sul fronte dell’impresa offre la possibilità di far ricorso a operatori specializzati nel sostegno finanziario di imprese finalizzato alla creazione di valore, consente alle imprese stesse di reperire il cosiddetto “capitale paziente”, che può essere utilizzato per programmare la fase di startup o per sostenere piani di sviluppo consecutivi.
Ma soprattutto, il supporto dell’investitore istituzionale non si esaurisce nella mera fornitura di capitale di rischio: il vantaggio determinante deriva dalla disponibilità di know how manageriale ed esecutivo che l’investitore mette a disposizione dell’impresa per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo. Quindi è bene ricordare che quando parliamo di Venture Capital, non si fa riferimento ad un’attività finanziaria legata all’equity aziendale bensì, ad un vero e proprio ecosistema nazionale ed internazionale che permette alla startup di espandere il network, velocizzare la crescita esterna e sviluppare contatti, investimenti, partnership e altro.

Sostenere le economie locali

Proprio per questo motivo l’attività di investimento nel capitale di rischio contribuisce notevolmente allo sviluppo del sistema industriale e dell’economia nel suo complesso, selezionando imprese a rapido tasso di crescita e fornendo loro il capitale necessario per svilupparsi. Non a caso, lo sviluppo del mercato del private equity e venture capital è un valido strumento politico per il sostegno delle economie locali.

Gli investitori ancora guardano con particolare diffidenza le giovani realtà imprenditoriali dei cosiddetti “business innovativi”, per incentivare tale mercato si dovrebbe metter mano alla legge di bilancio, andando a spingere gli investitori istituzionali, che hanno agevolazioni fiscali soprattutto sui capital gain, a dirottare una parte del portafoglio a sostegno delle nuove società innovative.
Ma le istituzioni sono chiamate a portare a termine un compito assai più complicato, la scarsità di investimenti non è dovuta solo a scarse misure fiscali ma anche a fattori culturali. I pochi investitori presenti sono più finanziari che industriali e preferiscono di gran lunga avere crescite rapide di valore e altrettanto veloci uscite dal capitale.

I numeri a confronto

In questa seconda parte dell’articolo cerchiamo di entrare nel vivo della questione. Per chiarire quanto l’Italia risulti esser ancora debole nel settore del capitale di rischio, riporto qui una mia sintesi relativa ad un’analisi elaborata da Augusto Coppola, Managing Director di uno dei più noti acceleratori italiani, Luiss Enlabs, sugli investimenti in early stage.

Coppola, durante uno dei suoi ultimi speech, si sofferma a lungo sul fatto che in Italia gli investimenti in capitale di rischio sono scesi. Ma mentre da noi i finanziamenti in startup diminuiscono all’estero aumentano. Inoltre, egli ci fa notare che quest’anno noi investiremo circa 1/15 rispetto ai capitali che mette in gioco la Spagna. Per rendere ancora più sbalorditivo il confronto tra noi e gli altri paesi europei, il Managing Director di Enlabs, utilizza qualche dato pubblicato da Dealroom relativamente agli investimenti in startup effettuati nei primi 6 mesi del 2017:

  • Italia: €75M
  • Spagna: €500M (7x ITA, PIL Spagna: 67% di quello ITA)
  • Svezia: €600M (8xITA, PIL Svezia: 28% di quello ITA)
  • Francia: €1.3B (17xITA, PIL Francia: 133% di quello ITA)
  • Germania: €1.5B (20xITA, PIL Germania: 187% di quello ITA)
  • UK: €3.0B (40xITA, PIL UK: 142% di quello ITA)

Il gap è lampante! Secondo Coppola (condivido pienamente le sue parole) è dovuto al fatto che permane una diffusa incapacità nel comprendere come realmente funziona il mondo delle startup e del venture capital, una vasta ignoranza che può avere tante dimensioni: alcune di natura tecnica altre legate ad una sfera sociale/economica.

Il Venture Investing

Cerchiamo di capire quanto è remunerativo investire in startup, cosa fa esattamente un fondo di Venture Capital e quanto è importante spronare i capitali di ventura per rilanciare l’imprenditorialità italiana a livello nazionale.

Per chiarire esaustivamente i primi due punti, riporterò qui per iscritto una sintesi da me formulata sui contenuti ripresi dal discorso introduttivo di Augusto Coppola, Managing Director dell’acceleratore romano Luiss Enlabs nato da una joint venture con LVenture Group, in occasione dell’Investor Day 2017. Insomma, uno che ha le mani in pasta da più di dieci anni nel settore degli investimenti in capitale di rischio, grande fonte di apprendimento per me e da cui tutti dovremo prender spunto per le sue sempre esaurienti presentazioni.


*Per completezza lascio qui il link della diretta FB dell’ultimo Investor Day 2017 con tutti gli interventi della giornata.
Dal minuto 56.40:

Cosa fa esattamente un Venture Capital?

“In Italia, si tende a pensare che chi si occupa di startup e venture capital crei e sviluppi innovazione. Non che sia del tutto sbagliata come cosa, ma non rappresenta esattamente il lavoro di un VC.  Chi crea e sviluppa innovazione nel vero senso probabilmente lavora in prestigiosi centri di ricerca universitari.
Partendo dal presupposto che investire nel lungo periodo in startup nella fase di seed stage (cioè quando l’impresa già esiste, ma non si conosce ancora la validità commerciale del prodotto o del servizio) è il modo migliore per far fruttare il capitale, l’essenzialità del lavoro di un fondo di VC è quella di trovare opportunità di investimento che facciano crescere il capitale degli investitori del fondo.”

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Come si fa e soprattutto che tipo di opportunità di investimento ricerca un venture capitalist?

“Presto detto, il focus di un VC è quello di ricercare startup digitali che abbiano le capacità di scalare nel fatturato, creando valore per i loro investitori.”

Cosa vuol dire “scalare nel fatturato”?

“Lo spiegheremo con due esempi, relativi a due famosissime (ex)startup: Facebook e Google. Sono due aziende che in sei anni hanno registrato una crescita del fatturato in maniera molto più che lineare rispetto alle spese sul personale (che spesso risulta essere il costo che impatta maggiormente sul bilancio di una neonata impresa). Infatti, come riportato sul grafico relativo ai dati della quotazione delle due aziende, in Facebook il personale è cresciuto più o meno di 20 volte in 5 anni, il fatturato è cresciuto di 80 volte. Nel caso di Google il numero del personale è cresciuto di 40 volte, il fatturato ha registrato una crescita di 200 volte.”

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“Il lavoro di un VC è proprio quello di ricercare questa tipologia di aziende. Non si tratta di investire in innovazione, si tratta di investire in persone che hanno la capacità di anticipare e prevedere i futuri trend crescenti nel campo della economia, finanza, burocrazia, tecnologia, attività sociali, politiche, ricreative ecc.”

Perché salta sempre fuori il luogo comune che un VC investe in innovazione?

“Ecco, guardiamo il segmento arancione sul grafico sia per Facebook sia quello di Google. Questo segmento ci mostra cosa vendono le due aziende. Facebook vende utenti, vende ognuno di noi. Google vende ricerche su internet. La curva di Fb è cresciuta in maniera esponenziale in questi 5 anni. Quella di Google di fatto è cresciuta relativamente poco. Come lo spieghiamo questo? Evidentemente i fondatori e gli investitori di Facebook hanno notato che stavano accadendo degli eventi nel mondo per cui una piattaforma di social networking avrebbe avuto senso. Cosa stava accadendo nel mondo agli occhi di Zuckerberg &co? Essi si accorsero che la tecnologia da un lato, e la diffusione di Internet dall’altro, permettevano di catturare un bisogno latente del mercato insito in ciascuno di noi: comunicare virtualmente con gli altri. Facebook lo potremo definire oggi una piazza virtuale, quello che un tempo veniva visto agli occhi dei più scettici come un “gioco per ragazzini”, ora registra due miliardi di utenti iscritti. I founders e gli investitori di Facebook avevano avvertito questa forte esigenza comunicativa e sociale un attimo prima, hanno anticipato il trend investendo denaro, tempo e competenze.

Google, invece, aveva già un settore di mercato consolidato, ma dopo poco hanno capito è che i trend di natura business e quindi la nascita di business che operano esclusivamente tramite internet avrebbe reso molto più profittevoli le attività basate sulle ricerche. Di conseguenza le ricerche per essere più profittevoli avevano bisogno di un’innovazione tecnologica, ovvero quella di affinare gli algoritmi per offrire ricerche sempre più dettagliate (pensiamo al gap che c’era tra il motore di ricerca Altavista e i risultati molto più attendibili di Google già dieci anni fa).”

Da dove viene l’innovazione?

“Tutto ciò per chiarire che il focus di Facebook e Google non fu quello di creare innovazione, ma fu quello di pensare ad un modello di azienda che in base ai trend di mercato percepiti generi valore nel breve termine. Da qui deriva l’innovazione.

Il lavoro di un fondo di venture capital è trovare team operativi che facciano innovazione radicandosi nel mercato in un breve termine. Per render possibile questa ricerca, l’idea alla base del business deve presentare un elemento innovativo che è stato riscontrato e identificato in un possibile trend che crescerà, sia esso di natura economica, politica, sociale, tecnologia e chi più ne ha più ne metta. Per questo il futuro del business di una startup ha un focus sul breve periodo. Il venture capital ha il compito di osservare cosa c’è dietro l’angolo, andando ad anticipare ciò che tutti gli altri vedranno tra 6, 12 o 24 mesi.

E (aggiungo io), che il buon venture capitalist è colui che riconosce le potenzialità di un progetto innovativo, non attraverso l’analisi di un business plan, che altro non fa che appiattire tutte le valutazioni, creando modelli di valutazione lineari; ma attraverso strumenti analitici di ampio spettro che si adattano ad ogni singola proposta imprenditoriale, tracciando (in primis) la qualità del team operativo.
Le idee innovative hanno successo solo dopo numerosi test e iterazioni. Questo processo non può essere pianificato in anticipo e qualsiasi processo di investimento aziendale che controlli l’innovazione sulla base di un fantomatico business plan porterà l’investitore a realizzare un fallimento con i fiocchi.

Un esempio di innovazione dietro l’angolo?

“Pensiamo al sistema bitcoin e alla blockchain, un settore che ha avuto una crescita esponenziale in un arco temporale brevissimo. Il mercato delle criptovalute un anno fa valeva 20 miliardi, ora circa 250 miliardi di dollari. Oppure pensiamo allo sviluppo dei sistemi di Intelligenza Artificiale integrati.
Chi ha colto queste opportunità, individuando i trend e investendo preventivamente ha circoscritto l’area di rischio del proprio capitale.”

Contenuto estratto da uno speech di Augusto Coppola – Luiss Enlabs|LVenture Group – Investor Day 16/11/2017

L’Italia ha le potenzialità, mancano i soldi

Per concludere, dovremo iniziare a metterci in testa che per far crescere le dimensioni di una startup, ci deve essere velocità d’esecuzione, un’execution repentina è indispensabile perché si possano raggiungere determinati traguardi. In America per racchiudere tutto ciò in un’unica parola, hanno coniato il cacofonico termine “blitzscaling“. Cerchiamo di cogliere l’essenza dei concetti racchiusi in questa singola parola e proviamo a ribattezzarla a modo nostro, inserendola poi nel vocabolario finanziario.

Molti pionieri della Silicon Valley da tempo affermano che l’Italia ha tutte le carte in regola per entrare nell’economia dell’innovazione, generando startup caratterizzate da unicorni. L’Italia ha grandi idee. E se hai grandi idee, devi avere grandi capitali. Se non li trovi in Italia, ti rivolgi all’estero. Ma se i capitali di rischio sono stranieri anche le decisioni, i profitti e parte dei meriti saranno stranieri.

Poi non piangiamoci addosso con tutte quelle “menate” sulla fuga dei cervelli, l’uscita dei capitali, la perdita di competitività internazionale e roba varia.

Per arrivare a premere il bottone dello Start[up] non dovremo temere di sembrare “protezionisti”, l’innovazione italiana deve arrivare all’estero mediante capitali prima di tutto italiani. Come precisa Massimo Sideri su Corriere Innovazione, si chiamano capitali di (av)ventura. Non di prudenza.

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