Perché non può esistere una politica monetaria “green”.

Perché non può esistere una politica monetaria “green”.

Qui una breve riflessione sul perché la lotta ai cambiamenti climatici è – e dovrebbe rimanere – una responsabilità dei governi e dei parlamenti eletti.

Come mostra un recente report delle Nazioni Unite, il cambiamento climatico è probabilmente la più grande sfida del nostro tempo.

Ma le banche centrali dovrebbero preoccuparsi attivamente di tale questione? In tal caso, cosa dovrebbero fare al riguardo?

Lo scorso 2 Dicembre, Christine Lagarde ha annunciato al Parlamento Europeo che nel piano di revisione della strategia di politica monetaria della BCE sarà preso in considerazione anche l’impatto dei cambiamenti climatici. Lagarde ha specificato che la lotta al cambiamento climatico sarà una missione critica per l’istituto di Francoforte.

Ma la BCE non è sola. Una rete globale di banchieri centrali (la NGFS), guidata dalle BC di Francia, UK e Paesi Bassi sta lavorando a metodi standardizzati per integrare i rischi climatici negli stress test che le banche devono superare. Alcune compagnie di assicurazioni sono già state messe alla prova. La banca centrale cinese, nel frattempo, ha promosso con zelo un nuovo mercato di green bonds. I regolatori europei stanno valutando se concedere particolari agevolazioni ai prestiti concessi per “progetti ecologici”.

È indubbio che alcune delle operazioni svolte finora dalle banche centrali su tale questione sono benvenute. Tuttavia, c’è il rischio di politicizzare eccessivamente tali istituzioni centrali, andandone a compromettere le loro missioni fondamentali. Infatti, i banchieri centrali dovrebbero assicurarsi di attenersi ai compiti per i quali sono stati nominati e per i quali hanno un mandato democratico.

Oggi i cambiamenti climatici non rappresentano una minaccia critica per il sistema finanziario.
Ma è altresì vero che condizioni meteorologiche estreme e variazioni del livello dei mari potrebbero causare alle compagnie di assicurazione perdite ingenti e le banche si ritroverebbero con un’ampia mole di prestiti in sofferenza.

Occorre però specificare che un’azione monetaria non coordinata riguardo alla politica climatica, determinerebbe serie implicazioni sulla stabilità finanziaria.
Infatti, se i governi imponessero una tassazione eccessiva sul carbonio, molte aziende produttrici di combustibili fossili si metterebbero in difficoltà finanziarie, così come le imprese che dipendono da input non del tutto green. Tutto ciò, potrebbe causare effetti a catena per le banche esposte verso tali imprese. Prima di agire i regolatori dovrebbero studiare tali implicazioni, elaborando, ad esempio, una serie coerente di standard globali per la contabilizzazione del rischio climatico.

Il green QE e schemi similari potrebbero esser sbagliati, per tre ragioni.

In primo luogo, le banche centrali non hanno un mandato democratico legato all’azione di limitazione delle emissioni. È vero, una corretta politica climatica potrebbe influire sull’economia e sulla stabilità dei prezzi nel lungo periodo, ma ci sono anche altre rilevanti questioni che possono influenzare direttamente la stabilità economica, come i sussidi di disoccupazione, sui quali le BC non hanno mai interferito. Ciò vale anche per altri rischi catastrofici: una pandemia che potrebbe uccidere molti lavoratori nei paesi emergenti potrebbe avere enormi implicazioni economiche, ma nessuno pensa che le banche centrali dovrebbero agire per incentivare la ricerca medica.

In secondo luogo, la dimensione del vantaggio in termini di costo del capitale offerto alle imprese green devierebbe dalla quantità di obbligazioni che le BC acquistano con gli attuali programmi di allentamento quantitativo. Il QE è uno strumento progettato per stimolare l’economia e tale strumento dipende dal livello di disoccupazione e dall’inflazione. Perché l’incentivo ad essere green dovrebbe variare con il ciclo economico?

In terzo luogo, anche se avesse una legittimità democratica, l’espansione degli obiettivi delle banche centrali al di là delle loro competenze fondamentali non sarebbe cosa saggia. Il potere è delegato ai tecnocrati proprio perché si suppone che siano neutrali e possano essere facilmente ritenuti responsabili nei confronti di obiettivi ben definiti. Ma se diventa normale per loro inclinare l’allocazione dei capitali verso direzioni popolari, perché fermarsi ai cambiamenti climatici? La sinistra coglierebbe l’occasione andando a fare pressione sulle BC affinché vengano penalizzate le società che sono ritenute troppo spietate. I populisti potrebbero desiderare che le BC favoriscano le imprese che investono in patria e producono all’interno dei confini nazionali. Più le banche centrali diventano politicizzate, meno verrebbero percepite come autorità indipendenti sulla politica economica.

Se i governi vogliono penalizzare chi inquina eccessivamente, possono farlo direttamente con tasse o responsabilizzando nuovi organismi dediti alle questioni ambientali. Non è necessario confondere le acque sulle responsabilità delle banche centrali. Così come, le BC stesse dovrebbero resistere alla tentazione perenne di espandere i loro territori.

I banchieri centrali non dovrebbero mai dimenticare ciò per cui sono stati nominati: vale a dire, preservare la stabilità dei prezzi e, in alcuni casi, sostenere alti livelli di occupazione. Le politiche climatiche che influenzeranno gli accordi sociali ed economici in tutta la società appartengono a coloro che rispondono direttamente agli elettori.

I banchieri centrali che si assumono la responsabilità di affrontare i cambiamenti climatici agiscono per pretesa e potrebbero minare la stessa indipendenza su cui fanno affidamento le loro istituzioni. Le banche centrali non sono state rese indipendenti in modo da poter estendere i propri mandati. E nel caso in cui le questioni ambientali vengono fatte rientrare all’interno di un di un set di obiettivi secondari, le banche centrali dovrebbero mettere in guardia dalle esagerate aspettative riguardo al loro contributo. Rendersi responsabili pubblicamente al di là delle loro limitate capacità in campo climatico porterebbe alla delusione e minerebbe la loro reputazione. Ecco, quindi, perché non può esistere una politica monetaria “verde”.

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