Venture Capital: niente 3% dei Pir | L’italia non vuole innovarsi

Venture Capital: niente 3% dei Pir | L’italia non vuole innovarsi

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E’ di qualche giorno fa la notizia che la proposta presentata dall’onorevole Silvia Fregolent sul far destinare obbligatoriamente il 3% dei Piani Individuali di Risparmio alle casse di Venture Capital nazionale non è passata alla Legge di Bilancio 2018 e, anzi, non sarebbe neanche stata discussa in Commissione.

Ecco come chiudere l’anno con grande tristezza. La promozione dell’innovazione della piccola e media imprenditoria italiana si allontana sempre più dalla nostra penisola.

Questa proposta fu presentata a inizio Novembre e sin da subito aveva suscitato notevole interesse da parte di fondi VC, business angels e startupper italiani. La soglia del 3% di investimento di PMI innovative e startup digitali avrebbe sicuramente rappresentato, per i sottoscrittori di PIR, una grande opportunità di investire in un asset class, seppur rischiosa, certamente ricca di potenzialità di ritorno.

Se pensiamo che nel 2017 sono stati raccolti circa 5 miliardi di Euro dai 44 fondi che gestiscono i Piani Individuali di Risparmio (Pir), creati come forma di investimento a medio termine per veicolare i risparmi delle persone fisiche sotto forma di finanziamento a favore delle PMI italiane, ci accorgiamo subito che il mancato passaggio di questa proposta riporta una brusca frenata al fertile terreno della media imprenditoria italiana.
Se la risoluzione fosse passata in Legge di Bilancio, il 3% di ciò che è stato raccolto tramite i Pir, sarebbe andato ad oliare le casse dei fondi di VC nazionali.

La funzione dei PIR per rilanciare la piccola e media imprenditoria

I PIR sono nati per stimolare la parte extra-bancaria nel finanziamento alle imprese italiane di media capitalizzazione, in particolare quelli riservati ai cosiddetti “investitori istituzionali” che hanno diritto sui loro investimenti all’esenzione sul capital gain.
L’idea era quella di dare attenzione particolare alle aziende medio piccole finora lontane dai flussi di capitale degli investitori più liquidi.

La proposta aveva l’intento di favorire la canalizzazione del risparmio privato verso il Venture Capital, prevedendo che per accedere all’agevolazione fiscale sui PIR fosse obbligatorio investire almeno il 3% della soglia di investimento prevista in OICR quotati (Organismi di investimento collettivo del risparmio) che investano prevalentemente in startup innovative.

Inserire questa misure già all’interno della manovra 2018, al pari dell’apertura al real estate, avrebbe permesso di aumentare gli investimenti privati a sostegno delle imprese più innovative.

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La spinta al Venture Capital sembra esser sempre più debole

Soprattutto se confrontiamo il nostro paese con il resto dell’Europa.
La potenza di fuoco dei fondi di VC italiani dal 2012 al 2016 è stata di circa 400 milioni destinati a 340 startup in portafoglio. Niente a che vedere con le performaces a dir poco invidiabili di Germania e Francia dove gli investimenti in capitale di rischio si aggirano intorno al miliardo di euro.
Abbiamo perso l’opportunità di poter repentinamente rilanciare il mercato del capitale di rischio.

Sembra quasi assurdo scrivere ciò dopo la rosea rappresentazione dell’ecosistema innovativo raffigurata dal Ministro Carlo Calenda la scorsa settimana in occasione della Relazione annuale al Parlamento su Startup e PMI innovative.
Le startup aumentano a vista d’occhio. Sempre più innovative, idee valide, originali, competitive e con business scalabili. Eppure tante presto, potrebbero alzare bandiera bianca o scegliere mercati stranieri per sopperire alla carenza di investimenti nel capitale.
Proprio il ministro Calenda afferma: “Se il mercato del venture capital italiano non cambia passo c’è il rischio che le tante startup innovative nate negli ultimi anni siano destinate a frenare il loro percorso di sviluppo o a perseguirlo all’estero”. Le sue parole credo non siano state prese in benchè minima considerazione da chi ha dovuto valutare la proposta sui PIR e VC, forse perchè c’era fretta di andare a mangiare panettone e pandoro.

Il mercato delle startup e PMI innovative non è più un settore di nicchia

7398 Startup iscritte nella sezione speciale del Registro delle Imprese al 30 Giugno 2017 (+24.5% in un anno), una forza lavoro di 34.120 unità tra addetti e soci. Il valore aggregato della produzione per le imprese che hanno depositato i propri bilanci è di circa 800 milioni.

Siamo al quinto anno di politiche dedicate, tra semplificazioni e incentivi fiscali… ma i fatti stanno a zero. Solo chiacchere.
La quota delle Startup con valore di produzione superiore a 100mila Euro cresce ma è ancora ferma ad 1/3 del totale, il numero delle PMI innovative pur triplicando è ancora basso (569).

La scossa sul capitale di rischio ancora non è arrivata. Gli incentivi per chi investe non sono abbastanza, sono appena sufficienti a smuovere qualcosa nella fase di avvio ma manca il supporto – privato e pubblico – negli stadi successivi di consolidamento, espansione e crescita sui mercati.

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